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From: Matteo Pasquinelli <matteopasquinelli <at> gmx.it>
Subject: Toxic asset – Toxic learning, di Sergio Bologna
Newsgroups: gmane.culture.internet.rekombinant
Date: 2008-11-17 10:27:12 GMT (32 weeks, 6 days, 11 hours and 49 minutes ago)

> Ciao, Riprovo a postare il contributo di Sergio Bologna,
> fonte: http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio- 
> bologna/
> Mauro

Toxic asset – toxic learning
di Sergio Bologna

Nello spirito del ’68 – senza nostalgie nè tormentoni

(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro  
‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)

State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi  
economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri  
nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete  
cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano  
di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può  
parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi  
precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si  
studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra  
Mondiale. Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati  
Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà  
il posto. Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la  
marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale  
limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del  
prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle  
loro prognosi.

Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i  
manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con  
sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione,  
che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le  
grandi banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’ di  
chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi  
per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all’ultimo  
minuto perché richiamato d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno  
parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come  
andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.

Ma voi vi occupate – giustamente – dei tagli alla spesa universitaria  
e tutti vi applaudono, docenti in testa e politici d’opposizione e  
magari anche qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza  
autonomamente e tutto sommato tira un’aria di consenso attorno a voi.  
Non era così nel ’68, forse perché allora un po’ di violenza c’era,  
in parte provocata dal comportamento dello stato o delle forze  
dell’ordine. Ma quel che di buono c’era allora, di eccezionale, era  
la grande voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In  
Francia erano partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della  
riforma degli studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di  
più, volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano  
capire cosa succedeva nei paesi comunisti, o nell’America Latina dove  
sei mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano  
capire a cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che  
cos’era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava una  
fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un  
ospedale e come venivano trattati i malati. E’ questa grande voglia  
di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica  
sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo tra di  
voi. O, meglio, che all’esterno non si vede, non si percepisce.

Volete salvare l’Università, così com’è? Spero di no. Com’è oggi non  
vale una messa, come si dice. Oggi si taglia malamente, d’accordo, ma  
ieri si è speso peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo.  
L’Università si è allargata come un virus, qualunque cittadina con un  
sindaco un po’ dinamico riusciva ad avere il suo pezzetto  
d’Università. L’Università come retail. Alla qualità della spesa  
nessuno ha pensato e ben presto è nato il sospetto che questo  
meccanismo dilatatorio non fosse – come ci raccontavano – animato  
dalla nobile intenzione di fare della conoscenza una merce a portata  
di mano ma dal meschino proposito di creare cattedre con il loro  
corollario di posti precari e malpagati. Se non temessi d’essere  
frainteso vi direi: “La difendano loro questa Università, i  
professori”. Voi che c’entrate? Avete mai avuto modo di partecipare  
sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla base della  
configurazione dell’Università com’è oggi? Finora, con le vostre  
tasse avete pagato un servizio sulla cui qualità ed efficienza non  
esistono parametri di valutazione di cui possiate disporre per  
chiederne il miglioramento. “Mangia questa minestra o salta da quella  
finestra”. E quasi uno studente su due salta, il tasso di abbandono  
nell’Università italiana – leggo sul sito www.lavoce.info – è vicino  
al 50%. E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un  
soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la  
lingua italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva “E’ uno  
spostato”.

“Gli studenti italiani potrebbero fare causa a metà degli atenei  
italiani per i servizi che offrono”, scrive Roberto Perotti, nel  
libro L’Università truccata (Einaudi, Torino 2008) – un libro che  
spero tutti voi abbiate almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine  
vien da pensare che qualche abbandono può essere stato provocato  
dallo schifo di fronte a certe situazioni di nepotismo e di  
corruzione. Un libro che sfata alcuni miti, che combatte alcuni  
luoghi comuni, come quello delle scarse risorse dedicate in Italia  
all’Università. Sono scarse se si calcola l’ammontare della spèsa  
diviso per il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come  
parametro non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano  
veramente a tempo pieno, l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.

Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al  
budget universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di  
massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque  
non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici,  
ma di alta politica. E come nel ’68 gli studenti francesi avevano  
lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così quarant’anni  
dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il Cavaliere  
Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono assomigliati  
di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non sarebbe  
arrivato alla cintola del Generale, l’uno alto alto, rigido e solenne  
come una statua di cera, l’altro piuttosto basso e tarchiato,  
gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa è l’alta politica che  
vi spinge all’azione mi sentirei in tutta franchezza di dirvi  
“scegliete un percorso diverso” perché altrimenti rischiate di farvi  
usare come carne da macello da coloro che condividono con la Destra  
il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della  
Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili  
della crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che minaccia  
il vostro futuro non è soltanto il governo della signora Gelmini ma  
un pensiero economico bipartisan che non ha mai saputo né voluto  
mettere vincoli o imporre regole a una gestione del sistema  
finanziario dove nulla ormai assomiglia a un mercato ma tutto  
assomiglia a un gioco d’azzardo con i soldi dei lavoratori e della  
middle class che vive del proprio lavoro. Un sistema che è stato  
capace di creare ricchezza fittizia e di distruggere ricchezza reale  
in misura mai vista nella storia recente. Un sistema la cui follìa  
era già evidente a tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001,  
un sistema che premiava i manager che gestivano le imprese non per  
farle crescere ma per farle dimagrire, aumentandone il valore di  
borsa a furia di licenziamenti del personale, per rivenderle e  
intascare fior di premi e plusvalenze. Un sistema che in nome  
dell’efficienza e della competitività distruggeva soprattutto le  
competenze, il capitale umano (quando si licenzia per diminuire  
l’incidenza dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite,  
cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con maggiore  
esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella società le abissali  
differenze di reddito esistenti nelle grandi aziende (manifatturiere  
o di servizi che siano) e che quindi ha ridotto l’Italia in un paese  
con i maggiori squilibri tra la parte più ricca e quella meno ricca  
della popolazione, come ben testimonia l’indagine Bankitalia sulle  
famiglie italiane. Un sistema che ha consentito “a chi lavorava nella  
finanza di guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più rispetto  
agli altri settori” – scrive Esther Duflo, che insegna al MIT di  
Boston - e aggiunge: “Il problema delle remunerazioni è stato  
ovviamente affrontato negli Stati Uniti quando si è discusso il piano  
Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi  
di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra  
ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che  
in un’ora guadagnavano 17mila dollari”,

e conclude il suo intervento con queste parole: “Osservando gli  
avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi  
nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo  
almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a  
dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più  
utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una  
recessione grave e prolungata. L’unico vantaggio potrebbe appunto  
essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati”.

Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono  
state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste  
bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è  
accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l’opinione corrente è  
unanime nel dire: “E’ accaduto un fatto nuovo perché è stato eletto  
un nero, un afroamericano”. Soliti giudizi superficiali, da  
semianalfabeti della politica. Queste elezioni sono state importanti  
perché dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la tematica di  
classe è stata al centro del dibattito. Non del proletariato, ma  
della middle class (di cui fanno parte anche strati operai di grande  
fabbrica), cioè di quel ceto medio che per più di un secolo ha fatto  
da collante alla credibilità dell’american dream e che da alcuni anni  
– proprio in conseguenza dei processi scatenati da una forma di  
capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di  
avventurieri e di giocatori d’azzardo – ha subìto un processo  
d’impoverimento che non trova paragoni se non nella grande crisi del  
1929. Contro questa tendenza alla disgregazione sociale e  
all’impoverimento della middle class hanno cominciato a battersi da  
alcuni anni molte iniziative civiche (tra le tante quella messa in  
piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara Ehrenreich con il  
sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha colto questo  
disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema dominante. Non  
ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi, stucchevoli,  
“politicamente corretti” leader della cosiddetta Sinistra, di “quote  
rosa”, di gay, non ha parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite  
e di biciclette, è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri  
del neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30  
anni un discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne  
anche i giovani, che al 70% hanno votato per lui. Ha colto la grande  
tendenza dell’epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a me  
stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l’ultimo mio libro  
si intitolava “Ceti medi senza futuro?” e non se l’è filato nessuno).

Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile  
a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro  
sistema di pensiero, per procurarvi strumenti critici in grado di  
capire com’è accaduto quel che è accaduto e quali sono stati i  
perversi meccanismi che in questi ultimi vent’anni hanno dominato  
l’economia, senza che venissero contestati né da Destra né da  
Sinistra – a parte qualche voce isolata di studioso. “Un sistema che  
si autoregola, per questo esistono le Authorities” - recitava la  
litania liberista in questi anni. Balle! Basterà dire che lo scandalo  
Enron, che spesso viene portato ad esempio della severità con cui il  
sistema USA punisce le aziende dal comportamento irregolare, non  
sarebbe mai scoppiato se una donna che era membro del Consiglio di  
Amministrazione non avesse deciso di “cantare”, di svelare gli  
imbrogli. Una “gola profonda” è stata all’origine di tutto, non certo  
l’FBI! Negli anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui  
l’Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi  
patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio  
Ragazzi I signori delle autostrade, Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo  
stesso se non peggio potrebbe dirsi di Telecom), suggellando il suo  
“golpe bianco” con l’accordo sindacale del luglio 1993 grazie al  
quale oggi abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, non erano  
certo personaggi della nuova Destra a menare la danza ma uomini come  
Romano Prodi ed altri ex manager pubblici. A beneficiarne sono stati  
i Tronchetti Provera, i Benetton, i Colaninno, i Gavio – li  
ritroviamo tutti guarda caso oggi nella vicenda Alitalia.  
L’Università di Siena ha la reputazione di essere un centro di  
eccellenza nelle discipline economiche e bancarie. Vi hanno mai  
parlato di queste storie e come ve ne hanno parlato? E della crisi  
odierna che vi dicono? Che è una solita crisi ciclica, forse un po’  
più acuta ma in sostanza è tutto normale, razionale, un po’ di  
eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo, è sano. Questo vi  
dicono? Non vi dicono che questo sistema, questi meccanismi, creano,  
stabilizzano, consolidano le disuguaglianze sociali, le ingiustizie  
sociali? Non vi dicono che questo sistema umilia, calpesta le  
competenze, il capitale umano? Che è l’esatto contrario della  
knowledge economy di cui si riempiono la bocca, l’esatto contrario di  
un sistema meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se  
continuano a raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se  
continuano a farvi flebo d’ideologia liberista – allora mandateli  
loro a protestare nelle piazze per i tagli all’Università.

Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa  
atto costitutivo di un processo di autoformazione.

Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai accaduto nell’ultimo  
secolo e cioè che istituzioni e persone le quali hanno prodotto danni  
incalcolabili (pensate soltanto ai fondi pensione che si sono  
volatilizzati con questa crisi!) invece di essere punite ed i loro  
beni sequestrati, sono state salvate senza che lo stato, che ha  
fornito i mezzi per salvarle, assumesse il controllo di queste  
istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli avventurieri, ai  
ladri, una terribile lezione morale per le nuove generazioni. (Non  
che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in Germania le  
peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche pubbliche come la  
Landesbank della Baviera).

C’è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa  
vergogna? Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa  
si poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi  
anni immaginare una società diversa che non fosse un’utopia.  
Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è  
sostanzialmente questo che vi propongo anch’io: costruendo percorsi  
comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian  
piano dalla costrizione all’isolamento, dall’individualismo e  
soprattutto dall’illusione che “una buona preparazione  
universitaria”, corredata magari da qualche corso o master post  
laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o  
dall’umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un  
puro costo.

In un paese dove i salari d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono  
i più bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i  
lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate  
su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che  
altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con  
lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella  
di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che  
difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche  
i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della  
popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un  
laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani  
riacquistano un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro  
oppure l’università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un  
osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le responsabilità  
sindacali per questa situazione. Miope e meschina la strategia del  
padronato italiano da vent’anni a questa parte. Squallido il mondo  
dell’informazione che su questa realtà tace o si sofferma di  
sfuggita. Quarant’anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche,  
negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule  
dei tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il  
mondo reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non  
hanno fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se  
ne presenti l’occasione! Usate la grande risorsa del web per  
procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche  
del mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a  
rovistare nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che  
hanno smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare  
toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete  
già fatto un passo in avanti per vivere meglio.

Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di voi,  
fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro, quando  
escono dall’Università. Frequentate i blog dove la gente racconta le  
proprie esperienze di lavoro, chiedetevi seriamente se val la pena di  
studiare in un’Università com’è fatta oggi oppure se non sia meglio  
costruire processi di autoformazione e di controinformazione.  
Scatenate la fantasia nel creare un’estetica della protesta,  
efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione  
sono state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato  
nel Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli  
occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un  
paio d’anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi  
stancamente, parole d’ordine che sono ormai diventate banalità che  
fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri colleghi che  
affollano le facoltà di comunicazione non viene nulla in testa?

Ho insegnato all’Università per quasi vent’anni, quando mi hanno  
cacciato non ho fatto nulla per restare, per difendere la mia  
cattedra, gli ultimi due anni d’insegnamento li ho passati  
all’Università di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono  
tornato in questi giorni perché un mio collega di allora prendeva  
congedo definitivo dall’insegnamento e andava in pensione un anno  
prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato,  
com’è d’uso, alla lectio magistralis. E nelle poche parole di congedo  
davanti a un centinaio di amici e colleghi ha voluto dire perché se  
ne andava in anticipo. “ho fatto il Preside di Facoltà in questi  
ultimi cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di  
fare il mio dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di tenermi  
aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le stesse  
cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà verso gli  
studenti”. Quanti docenti italiani farebbero lo stesso? Questi fanno  
i Ministri e poi tornano tranquillamente a insegnare, specialmente se  
vengono da governi di centro-sinistra. Malgrado l’Università italiana  
sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo  
che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano  
ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete  
stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di  
coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante  
una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior  
parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da  
un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano  
d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull’obbiettivo.  
Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità,  
svincolati dall’obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la  
vostra condizione di fondo non cambia. E’ questa condizione che  
dovete cambiare.

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