Gmane
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From: bifo <istubalz <at> libero.it>
Subject: note sul divenire psicomediatico
Newsgroups: gmane.culture.internet.rekombinant
Date: 2007-02-06 19:23:33 GMT (2 years, 21 weeks, 1 day, 8 hours and 28 minutes ago)
propongo qui il testo (più o meno) dell'intervento proposto al convegno HoritzoTV di Barcellona.

Blogosfera cinica

In un testo recentemente pubblicato in RK Geert Lovink riflette sull'evoluzione dei tactical media e
ragiona in particolare sul fenomeno del blog, allargando lo sguardo oltre il luogo comune che identifica
la blogmania come fenomeno di libertà dal basso. La proliferazione delle fonti di enunciazione
contiene un altro aspetto che va sottolineato. Implicitamente Lovink oppone qui certe posizioni di
Baudrillard al facile trionfalismo multidinario o democraticista.

"Nel mio libro My First Recession (2003), scrive Geert, "ho tentato di cartografare il risveglio con mal di
testa da post-dot-com. In questa ottica il cinismo non è altro che le macerie di un sistema di fede
collassato, crisi d'astinenza dopo la corsa all'oro degli anni che in retrospettiva ci appaiono
innocenti e ottimistici della globalizzazione clinoniana, (1993-2000), così ben rappresentati nel
libro di Hardt e Negri Empire."

In quegli anni la cibercultura fiorì come utopia della comunicazione orizzontale e della
proliferazione incontrollabile delle fonti di enunciazione in movimento. Il mediattivismo nacque da
questa utopia, e non intendo certo adesso sottovalutarne l'impatto e i risultati. Ma questo è il
passato. Ora è un nuovo passaggio quello che occorre capire: la blogosfera cinica è l'oggetto da interpretare.

"Sarebbe ridicolo, dice Geert, denunciare i bloggers come cinici. Il cinismo non è un tratto
caratteriale, ma una condizione tecno-sociale. & Il net-cinismo non crede più nella cibercultura come
fornitrice di identità, ma è costituita da una illuminazione fredda.. Il nichilismo non è un'altra
epoca in una successione, ma la forma compiuta di un disastro accaduto lungo tempo fa. Per tradurre questo
in termini neomediatici: i blog testimoniano e documentano il potere decrescente dei media mainstream,
ma non hanno consapevolmente sostituito la loro ideologia con una alternativa. Non c'è nessun altro
mondo se non questo si potrebbe legge come una risposta allo slogan antiglobalizzazione."

 "Secondo Gorge Gilder, dice anche Geert, "il capitalismo produce energie creative dovunque e questo
porta a una crescente diversità. Ma chi lo ha detto, chiede per finire Geert, che la diversità sia di per
sé una buona cosa, pensiamo ad esempio alla perdita e alla scomparsa di ogni familiarità e dei punti di
riferimento comuni. "

Mi collego al ragionamento di Geert Lovink da un altro punto di vista, complementare al suo: il punto di
vista della saturazione dell'attenzione e degli effetti che questa produce. Dobbiamo riconsiderare
l'intera esperienza net-culturale e perfino l'esperienza mediattivista in termini di economia
dell'attenzione e in termini di fragilità psicosferica.

Gli effetti della proliferazione non si possono più considerare unicamente in termini mediologici.
Occorre considerarli in termini psicopatologici, altrimenti perdiamo il tratto specifico che oggi sta
diventando il più decisivo.
Pensiamo al panico.
Pensiamo all'effetto panico della saturazione.

Social networking

La principale novità culturale della rete negli ultimi anni, in termini di massa è la partecipazione ai
siti cosiddetti di social networking. Myspace.com è un territorio abitato da centosedici milioni di
persone per lo più giovanissime, ma nel mondo ci sono altri ambienti simili come migente, facebook, con
numeri elevatissimi di popolazione. In cosa consiste il social networking?
I ragazzini che escono da scuola invece di andare al bar a giocare a biliardino o di trovarsi nel parco per
pomiciare corrono a casa per connettersi e mantenersi in contatto non-contatto.

Altro che social network, in realtà si tratta di una pratica che cancella la socializzazione, o piuttosto
(io credo) si tratta di una pratica che risponde al bisogno di desocializzazione. Il contatto, la
presenza, la vicinanza diventanon sempre meno sopportabili per la generazione che ha imparato più
parole da una macchina che dalla mamma, per bambini che non hanno frequentato bambini, e sono cresciuti
attaccati a un mediatore di socialità.

Nel gennaio 2007 gli studenti e le studentesse del liceo bolognese Minghetti hanno occupato per qualche
giorno la loro scuola. Interessanti le motivazioni che sono venute fuori.
In una indagine svolta prima e durante l'occupazione stessa una larghissima maggioranza di studentesse
(molto meno ragazzi) hanno denunciato l'ansia e lo stress, e il panico. La causa più immediata che hanno
indicato le ragazze intervistate è il carico di lavoro scolastico, il sentimento di essere sovrastate
dai ritmi che la scuola impone loro.
Sta diventando adulta una generazione che fin dalla prima infanzia è stata sottoposta a un flusso
ininterrotto di stimoli informativi, molti dei quali hanno un carattere di sollecitazione competitiva.
Un vero e proprio assedio dell'attenzione da parte del sistema mediatico. La pubblicità lavora sulla
percezione di sé, sull'identità in competizione. La televisione e i media virtuali mobilitano
costantemente il sistema nervoso sottraendo spazio per la socializzazione, per lo scambio affettivo,
per la corporeità. Linguaggio e affettività sono scissi in maniera patogena.

Fino a un paio di decenni fa la sindrome del panico era praticamente sconosciuta. La parola panico aveva un
significato indefinito, romantico, aveva a che fare con il sentimento di essere sopraffatti
dall'immensità della natura. Ma negli ultimi anni il termine è entrato a far parte del lessico
psicopatologico, perché un numero crescente di giovanissimi e di lavoratori (soprattutto quelli che
lavorano nei settori in cui si impiega tecnologia informatica) denunciano alcuni fra i sintomi che
possono definire una crisi di panico: palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia, sudorazione, tremori
fini o a grandi scosse, sensazione di soffocamento e di asfissia, dolore al petto, nausea o disturbi
addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggere o di svenimento,
derealizzazione, paura di perdere il controllo o di impazzire, sensazioni di torpore o di formicolio.

Gli psichiatri non sono in grado di indicare le cause di questo fenomeno, probabilmente perché sfugge al
loro campo. Il panico si può definire come una reazione dell'organismo posto in condizioni di
sovraccarico informativo. L'organismo riceve troppe informazioni per poterle elaborare
affettivamente, e per poter costruire strategie di comportamento razionale.

Per completare il quadro patologico occorre ricordare che un numero crescente di bambini e di ragazzi
nella prima adolescenza soffrono di quella sindrome che gli psichiatri americani hanno definito
Attention deficit disorder: una incapacità di concentrare l'attenzione su un oggetto mentale per un
tempo superiore ai pochi secondi. Non è forse del tutto comprensibile, se teniamo conto del fatto che
l'ambiente cognitivo nel quale queste persone sono cresciute è un flusso psicostimolante che sposta
continuamente l'oggetto dell'attenzione, come accade nelle pratiche del multitask o dello zapping?
Non è forse del tutto comprensibile, visto che l'ambiente di formazione videoelettronico tende a
scindere l'esperienza cognitiva e linguistica dal contatto corporeo e dalla socialità affettuosa?

Nel loro libro L'epoca delle passioni tristi Bensayag e Schmit giungono alla conclusione che la
percezione stessa del futuro è divenuta fonte di panico e di depressione.
"La tradizione della psichiatria fenomenologica descrive la depressione come un'esperienza di vita in
cui uno sente di non avere più tempo, di avere il tempo contato e di non avere più spazio fino al punto che
sentendosi braccato incorre in un autentico stallo esistenziale. Il tempo scorre a gran velocità e non
c'è posto in cui scappare: la persona depressa ritrova dappertutto il già noto. Non esiste luogo o
rifugio che le consenta di sfuggire alla trappola della depressione. Ora, questa descrizione della
depressione si attaglia perfettamente alla vita quotidiana di decine di milioni i persone che non si
considerano affatto depresse, ma vivono in un mondo in cui sembra che il tempo acceleri perché
l'economia le minaccia, la competizione non permette di prendere tempo. E simultaneamente lo spazio si
riduce: tutti i posti del mondo tendono ad assomigliarsi."
Mi pare che proprio questo sia il problema posto dalle studentesse del liceo Minghetti.

tactical media e psicosfera an-empatica

Negli anni '90 e nei primi anni '00 si è parlato molto di tactical media. Il mediattivismo si è in fondo
identificato con i tactical media. Ma questo era solo un aspetto, solo una parte del quadro. Cosa si
intende con l'espressione tactical media? Si intendono quelle concatenazioni e quei dispositivi
mediatici che possono essere usati per destrutturate il Mediascape e per detournare complessivamente
il suo funzionamento. Certamente Internet ha funzionato come il generatore principale di media
tattici, negli anni a cavallo del secolo.

Ma non si può dimenticare che la tattica è incardinata entro una strategia. O la strategia è consapevole
oppure essa si impone come un destino. Coloro che hanno lavorato sul terreno dei media tattici si stanno
rendendo conto di non possedere (più) una prospettiva strategica. L'uso tattico dei media è una
battaglia senza soggetto, una battaglia che finiamo per condurre per il re di Prussia. E   chi è oggi il re di
Prussia, cioè il nemico al cui servizio siamo inconsapevolmente arruolati? E' la saturazione, e la
conseguente automatizzazione delle procedure di ricezione-decodificazione-elaborazione.

Perciò il mediattivismo attraversa una crisi di prospettiva, e su questa crisi occorre puntare lo
sguardo, se non vogliamo rimanere vittime di un'illusione ottica.   La potenza della rete si è
moltiplicata, la rete ridefinisce il funzionamento dell'intero mediascape. L'utente mediale è
sempre più un fornitore di informazione. Il paradiso della cibercultura reticolare si è dunque
realizzato? Questa è l'illusione ottica. La realtà è di tutt'altro genere.

Occorre spostare lo sguardo dall'Infosfera verso la Psicosfera, uscire dal campo della mediologia e
considerare il campo antropologico su cui i media lavorano. Cosa accade nel campo antropologico, cosa
accade nella Psicosfera? Succede semplicemente che il punto della saturazione è raggiunto e superato,
e che gli utenti umani, apparentemente fornitori di informazione sono in effetti trasformati in
terminali semi-coscienti e semi-sensibili di un funzionamento che è ormai largamente automatico del
Superorganismo bionformatico.

Finché concentriamo l'attenzione sulle concatenazioni macchiniche, il quadro che emerge è quello di
uno straordinario potenziamento dell'utente. Perciò la prima generazione videoelettronica ci
appare come una generazione dotata di ultrapoteri, in quanto si trova tra le mani ordigni comunicativi e
quindi politici di immensa duttilità e di grande potenza distributiva. Quando mai una generazione
giovane ha avuto la possibilità di usare strumenti così pervasivi, così diversificati come quelli
che Internet mette a nostra disposizione?

Ma la prima generazione videoelettronica non è in grado di produrre soggettivazione per ragioni che sono
iscritte nella sua formazione psico-cognitiva.  Quella che si sta verificando è una sorta di
disattivazione di quelle funzioni cognitive che rendono possibile empatia, cioè la percezione
dell'altro come continuazione psico-erotica del sé

L'elaborazione emozionale dell'informazione richiede condizioni (tempo, contatto, sguardo) che non
esistono più. In un certo qual modo è stata cancellata la possibilità stessa di una maturazione
emozionale. L'apprendimento del linguaggio è stato sconnesso dalla carnalità, per la generazione
che ha appreso più parole da una macchina che dalla madre.

Un organismo cosciente incapace di elaborazione emozionale dell'informazione non ha più alcun
contatto con la sfera del sensibile, ha perduto per così dire ogni sensibilità singolare.

Naturalmente è qui necessaria una sospensione del giudizio etico e del giudizio politico: non possiamo
valutare il senso e le possibilità esistenziali e politiche di una generazione che si sta emancipando
dalle sue caratteristiche umane. Occorreranno criteri di valutazione postumani come l'oggetto della
analisi. Ma fin quando non disporremo di questi criteri (e non potrà che essere la prima generazione
postumana ad elaborarli) quel che possiamo dire è che nella fenomenologia del comportamento,  del
linguaggio e dell'espressione artistica di questa prima generazione videoelettronica prevalgono
sofferenza, disprezzo di sé, violenza. E soprattutto autismo, incapacità di "sentire" l'altro,
dunque di percepire il piacere dell'altro (diluvio di pornografia e di sessuofobia mascherata da
esibizionismo) e di "sentire" la sofferenza dell'altro (diluvio di violenza senza senso e senza
intenzionalità, tortura on line).

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